
Eccoci arrivati al secondo appuntamento con il grande Steven Neagal. Oggi mi ha inviato una pregevolissima recensione sull'ultimo successo dei creatori di Lost. Si proprio Cloverfield, che dopo l'incredibile marketing virale è diventato film.
Continua dunque il sogno americano che questa volta diventa incubo.
Buona lettura.
Steven Neagal su Cloverfield
Rob Hawkins: «Stai ancora riprendendo?»
Hud: «Sì, la gente vorrà sapere…come sono andate le cose.»
Esplosioni che scuotono il centro di Boston. Popolazione impazzita. Il primo pensiero è lo stesso per tutti: ci attaccano di nuovo! E lo sguardo sale al cielo, a scrutare tracce di aerei. L’incipit di Cell di Stephen King esprime perfettamente la paranoia post-11 settembre che da tempo affligge l’America e con la quale anche l’arte sta facendo i conti. E se King non è abbastanza raffinato, i palati più esigenti potranno leggere Falling Man, l’ultimo De Lillo.
Anche il cinema, nel rielaborare per immagini quella tragedia, ha progressivamente fatto un passo dopo l’altro e Cloverfield è il punto d’arrivo. Da United 93 di Paul Greengrass allo “sguardo interno” di Oliver Stone in World Trade Center, fino al crollo delle Torri Gemelle inserito nella grafica dei titoli di testa di The Kingdom di Peter Berg.
Continuando ancora il parallelo con l’opera di King, si potrebbe quasi delineare una situazione da apocalittici vs. integrati: se il “re dell’horror” utilizza la tecnologia (il telefonino) come veicolo di propagazione di un segnale che fa impazzire la gente, in Cloverfield avviene il contrario: il videofonino e la handycam sembrano ancora in grado di documentare la verità, per quanto frammentata, confusa, sporca. La riflessione si allarga se ripensiamo alla quantità di materiale amatoriale che circola in rete e che documenta lo schianto del World Trade Center. E allo scandalo che suscitò la foto del reporter Richard Drew quando finì sulla prima pagina di alcuni quotidiani american – lo scatto, poi denominato Falling Man, come il libro di De Lillo, ritrae uno sconosciuto che cerca scampo dalle fiamme gettandosi nel vuoto.
La domanda, dunque, è duplice: può una fotografia di cronaca diventare arte (un dubbio che sfiora Tommaso Pincio sulle pagine di Rolling Stone Italia) così come l’arte documenta la cronaca?
Un interrogativo che la stessa famosissima foto di Robert Capa, Il miliziano che cade, si porta dietro. Non si deve nemmeno sottovalutare la questione sulla veridicità degli scatti in questione, perché, cambiando medium, lo stesso Brian De Palma in Redacted utilizza la telecamera a mano e la visione in prima persona per riflettere sullo statuto di verità dell’immagine (ri)mettendo in scena un episodio di cronaca che ha coinvolto l’esercito Usa e una famiglia irakena.
Cloverfield, si è scritto da più parti, è figlio tanto di Internet quanto del creatore di Lost. Il marketing virale è sì la componente più evidente della strategia commerciale che sta alla base della promozione della pellicola, ma YouTube e la documentazione amatoriale alla portata di tutti sono elementi che ne caratterizzano il linguaggio, “sdoganati” dall’altro caso commerciale The Blair Witch Project, dall’incipit di Non aprite quella porta di Marcus Nispel, da Rec di Jaume Balaguerò…Con i primi ha anche in comune il “reperto archeologico”, il filmato ritrovato sul luogo del delitto.
Il mostro, in questo caso, resta ai margini: è il pretesto più che il protagonista, carico di quella metafora dell’ignoto e del diverso che nella realtà ha ben altri volti. L’incubo dell’America, fantasma mediatico in carne, pixel e ossa, parla regolarmente attraverso Internet e forse solo con gli stessi mezzi si può mettere in scena la tragedia nel nuovo millennio.
Steven Neagal from L.A
martedì 5 febbraio 2008
L'incubo americano - Cloverfield
Pubblicato da alastio a 23.33
Etichette: cinema, cloverfield, fotogrammi, recensione, steven neagal








2 commenti:
Ciao,complimenti ottima recensione, viene anche da chiedersi: sono riusciti finalmente a mettere l'uomo della strada dietro la macchina da presa? il regista e il suo ruolo sono finalmente, totalmente dissimulati? continua la ricerca dell'inquadratura soggettiva perfetta? sicuramente un buon film da una buona idea, americana. Un solo appunto, l'incubo si svolge a New York/Manhattan/Mid Town e non a Boston, tanto per rendere intuitivo il nesso con le paure legate al 9/11...
Yo, innanzitutto grazie dei complimenti ; )
Un appunto veloce sul tuo appunto: l'intro su Boston è l'incipit di Cell di King e non il setting di Cloverfield.
Venendo ai tuoi dubbi, spero che non si arrivi alla fusione tra regista e uomo di strada, almeno non nel senso comune di regia intesa come pianificazione di una ripresa. Perché è dall'uomo di strada che può ancora arrivare "l'immagine pura", non riproducibile in quanto unicum colto nel suo farsi. Un evento per una ripresa. Un'epifania in video.
Steven Neagal
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